giovedì 7 agosto 2008

Lettere dal silenzio - cinque

Il ronzio del telefono la richiamò alla realtà e scoprì di aver ricevuto tre sms senza essersi accorta per tempo dei primi. Marco alle undici anzi alle ventitrèzerozero, come avrebbe sottolineato lui, che le rinfacciava giustamente un altro brutto appuntamento; Marco meno di un’ora dopo le inviava una gelida buonanotte con troppi punti di sospensione perché l’augurio potesse essere veritiero.
Adesso si era aggiunto il messaggio di un altro tizio che da qualche tempo la annoiava; un tale verso cui lei aveva commesso il grande errore di farlo sentire diverso da quella nullità che era!
Nessuno meritava una risposta.
Tornò al tavolo e provò ancora una volta a dare un senso a quelle lettere – quelle del pennarello rosso – scritte sul retro delle buste.
Le dispose ordinatamente separando vocali e consonanti ma neppure questo l’aiutò a comprendere qualcosa di più. Tra quelle ancora chiuse c’erano quattro lettere O e altre due lettere A; alcune di queste sembravano contenere molte pagine ed erano quelle che più la attraevano e spaventavano al tempo stesso.
Ormai l’inquietudine era quasi del tutto scomparsa per lasciare spazio se non ad una nuova coscienza almeno all’intenzione di fare chiarezza. Non sarebbe andata via senza prima aver saputo tutto ciò che poteva, senza prima aver compreso tutto quello che fino ad allora aveva scelto di ignorare.
Scelse una lettera L, tirò i lembi senza troppa cura e scorse con emozione la grafia minuta ed ordinata di Alessandro su varie pagine piegate tra loro; alcuni fogli caddero sul pavimento e nel raccoglierli non potè fare a meno di leggere e restare ancora una volta senza fiato.
“Ma come è possibile che tu non te ne accorga? Non puoi non sapere, maledizione, non puoi non vedere quanto io sia innamorato di te. Sono innamorato di te Claudia. Sono innamorato di te da così tanto tempo che neppure lo ricordo. Io ti amo. Ti amo con quella ottusa determinazione che può avere solo chi si è ormai abituato a stare nell’ombra. Nonostante il tuo evidente disinteresse, forse ti amo proprio perché resto sempre un passo dietro te, dietro l’ultima delle quinte di un palcoscenico su cui tu vuoi altri protagonisti o, semplicemente, non vuoi me.
Ti amo perché da te non voglio nulla e al tempo stesso vorrei avere tutto. Ti amo perché non mi rassegno ancora al tuo rifiuto di ogni intimità, emotiva o mentale che sia.
Ho cercato di dirtelo, ho provato a fartelo capire ma, forse per mia incapacità, sicuramente per tua indifferenza, non ho saputo interessarti più di così. Ora non ho più voglia di avvicinarmi a te perché il tuo scherno fa più male persino dei tuoi no; perché il sarcasmo ormai è diventato il tuo rimedio per ogni caso della vita ed io proprio non riesco ad accettarlo.
Non ti capisco, spesso non ti capisco e per questo mi danno inutilmente la vita perché comprenderti e ciò che vorrei di più”.
Alessandro innamorato!
Leggere quelle parole, dure ed appassionate, era un po’ come essere schiaffeggiata; sentiva il viso bruciarle e la gola arsa di una rabbia stanca e inutile. Peggio ancora, quelle parole la facevano sentire impreparata, indifesa.
Aveva perso il controllo della situazione. In quella stanza semi buia, in quel momento di estrema solitudine, finalmente, non controllava più gli eventi e questo pensiero, nel mentre la terrorizzava, la fece sentire anche più leggera.
Alessandro che dice di amarmi, Alessandro rifiutato!
Entrambi avevano sempre condotto vite separate, ciascuno con le proprie storie più o meno importanti, ciascuno rivolto verso interessi e persone diverse. C’erano state, è vero, alcune occasioni in cui avevano smesso di comportarsi solo come due colleghi, momenti in cui il loro legame si era rinforzato anche al di fuori del lavoro.
Lei, però, inebriata dal sentirsi cacciatrice, aveva sempre sorvolato sui gesti piuttosto che sulle parole dette e su quelle sapientemente taciute.
Accese la sua penultima sigaretta e guardo l’orologio; notte fonda ormai. Riprese a leggere quei fogli pesanti come marmo.
“Ricordi la sera dopo l’inaugurazione del palazzetto? Pensavo di piacerti, sapevo, sentivo di non esserti indifferente ma tu non dicesti nulla, né allora né dopo. Né mai più. Niente, non una parola neppure il giorno appresso.
Ma davvero hai creduto fossimo lì per caso? Che qualche bicchiere in più potesse essere una valida giustificazione per un bacio o per velare una verità abbastanza eclatante?
Non rimpiango nulla di quello che ho fatto per te, dei gesti che conosci e di quelli che non saprai mai. Avrei voluto solo che tu te ne accorgessi, soltanto un po’ di considerazione, di affetto...".
Si sorprese a ricordare tutte le volte che realmente lei si era comportata così, per quieto vivere piuttosto che per un malinteso senso di indipendenza. Una frase scherzosa sulla porta dell’ufficio, gli occhiali da sole adoperati come un paraocchi ed un arrivederci più o meno sbrigativo.
Quando avevano sbagliato la prima volta e quando l’ultima? Quando il vivere quotidiano aveva oscurato i sensi e i sentimenti come un tramonto troppo frettoloso?
“Non è facile convivere col desiderio di vederti l’indomani e, al tempo stesso, con la consapevolezza che anche quel giorno vivrà della tua allegra noncuranza. Mi sarei fatto bastare persino un rifiuto, chiaro ed indiscutibile nella sua definitività, invece che l’ennesimo sorriso un po’ tirato, una scrollata di spalle ed una battuta scherzosa.
Ho provato ad estraniarmi ed ho provato ad allontanarti ma già nel tentativo era insito il fallimento e, tutto sommato, va bene così. La mia vita è più bella se tu ci sei, per quello che ci sei, per quel poco che vuoi dare di te stessa.
E questa potrebbe anche essere la mia considerazione finale. Quello che non è accaduto non è accaduto. Quello che non hai detto non sentivi di dirmelo. Quello che non hai fatto non hai voluto fare. Se non mi ami allora non mi ami.
A questa verità anche il più stupido degli innamorati deve arrivare, magari attraverso la strada più lunga e tortuosa, proprio come penso di esserci arrivato io.
Ché peggio sarebbe stato – ed a volte purtroppo mi arrovello ancora in questi pensieri – se tu avessi annegato qualunque sentimento in un mare di silenzi e di omissioni, in nome della tua orgogliosa indipendenza”.
Sentì una lacrima affilata come una lama segnarle il viso; serrò i pugni intorno ai fogli e la ignorò.
“Quanto ho desiderato la tua complicità, quanto avrei voluto che ti lasciassi andare, una volta, una volta soltanto. Per convincermi di non aver immaginato tutto, per sentire davvero i tuoi pensieri e accarezzarti l’anima.
Non posso sapere se ci sarei riuscito ma so che ci avrei provato davvero e forse, probabilmente, le nostre vite avrebbero seguito altri percorsi”.
Il pianto vero, quella disperazione liberatoria di cui sentiva il bisogno, ancora non c’era ma sapeva che non avrebbe tardato. Girò l’ultima pagina e lesse l’ultima frase.
“Perché, a dispetto della tua sprezzante autosufficienza, amarti mi arricchisce e forse mi rende una persona migliore”.
Punto a capo. Punto e basta.
La stanza era satura di fumo e di fogli sparsi.
I suoi pensieri rincorrevano le parole solo apparentemente immobili sulla carta senza riuscire a raggiungerle, ad impadronirsene del tutto.
Le quattro del mattino ed aveva letto quasi tutto ciò che lui le aveva lasciato.
Parte, si trasferisce. Così era cominciata quella lunga notte ed ancora non sapeva come e quando sarebbe terminata.
Alessandro trasloca la propria vita ed Alessandro che non era mai stato tanto vicino come in quel momento.
Questa per lei era la novità più sconcertante anche se un’indicibile tristezza scosse i suoi singhiozzi sopiti.
In bocca le rimase, acre, il sapore di tutto il tempo perso.
Tirò su col naso e strappò, testarda, la lettera E segnata sull’ultima busta…

martedì 5 agosto 2008

Lettere dal silenzio - quattro

“Vorrei dirti che mi dispiace. Vorrei dirtelo ora, proprio adesso che sento i tuoi passi perdersi nel corridoio verso l’uscita. Vorrei dirtelo ma non ci sei già più e ancora un volta mi ritrovo stancamente su questi fogli a parlare con te di cose che non sai. Perché non te le ho dette mai o perché tu stessa vuoi che sia così.
Mi dispiace aver urlato oggi pomeriggio, durante quella stupida riunione.
Avrei voluto trovare un altro modo per sostenere le mie ragioni e soprattutto non avrei dovuto mettere in imbarazzo te e tutti gli altri.
Mi dispiace, ti chiedo scusa ancora”.
Leggere quelle prime frasi l’aveva stupita; semmai possibile, in una sera già così strana, si sentiva ancor più disorientata, persa tra un indefinito passato ed un complicato presente. Un corto circuito della memoria le riproponeva le domande: a quale episodio si riferiva? Quando era stata scritta questa pagina? Non aveva scorto alcun riferimento, temporale o di altra natura, ma forse continuare nella lettura l’avrebbe aiutata.
“Però sono ancora convinto di avere ragione! Il progetto, così come l’ha modificato quell’idiota, è diventato un’altra cosa, è uno schifo, non si può fare! Anzi non dovremmo neppure prendere in considerazione varianti e pretendere il rispetto del contratto; né penso che la diplomazia di cui parli tu (che poi tanto diplomatica a me non sei mai sembrata) possa mutare i fatti.
Eri bellissima oggi.
Lo so che questo non c’entra niente con il lavoro ma è quello che penso, è quello che sento. Tutto avrei voluto tranne che scontrarmi con te e poi concludere in questo modo la giornata. Mi sento molto frustrato!
Probabilmente, sicuramente, la mia delusione non ha nulla a che fare con lo stupido progetto di un ottuso palazzinaro. La verità è che volevo avere la tua attenzione e spesso tra noi discutere diventa un altro modo – a volte temo l’unico - di comunicare.
La verità è che non sopporto quando mi ignori, quando mostri indifferenza nei miei riguardi, quando arrivi in ufficio la mattina ed io non sono il tuo primo saluto della giornata. Come ieri, per esempio!
La verità (ma quante ce ne potranno mai essere in ciascuno dei nostri contraddittori pensieri?) è che più ti allontani da me più io ti penso. Più a distanza mi tieni più ancora io non so fare a meno di cercarti.
Posso immaginare l’espressione del tuo viso semmai dovessi leggere queste parole. Forse saresti appena divertita, in ogni caso seccata da tante inutili elucubrazioni; probabilmente faresti una delle tue solite battute a sostegno di un pragmatismo femminile che però, sinceramente, io spesso non ti riconosco.
Una freddura sarebbe, nel senso letterale dell'espressione, perché tu sai – sono sicuro che lo sai – che ha su di me l’effetto di una cortina polare; ed io mi sento sempre come un Titanic finito contro l’iceberg del tuo (finto?) umorismo.
Certe volte penso che lo fai con vera cattiveria e mentre torno nella mia stanza non posso fare a meno di sentire che il tuo distacco non è ostentazione ma realtà. Cattiva, cattiva e bellissima. Ciao Clà”.

Respira e zitta, si disse, stai zitta.
Non muovere un muscolo, non pensare. Respira.
La lettera, se lettera era, terminava in modo naturale come se lui la stesse salutando davvero. Soltanto Alessandro storpiava il suo nome in quel modo, troncandolo non con un apostrofo ma pronunciandolo con un accento. Perché tu ami i particolari estrosi, le diceva scherzando, e quindi anche nel nome puoi avere solo qualcosa da aggiungere e non da togliere.
Ora ricordava i dettagli di quella tempestosa riunione di quasi un anno prima e del litigio che ne era seguito; ricordava anche che il giorno dopo tutto era stato dimenticato, almeno da parte sua. Quel progetto era stato poi completato con successo, senza le variazioni aborrite da lui ma grazie alla capacità persuasiva di lei.
Accese un’altra sigaretta e rilesse alcuni passaggi dello scritto. C’erano tanti elementi su cui riflettere e, quasi involontariamente, formulò una giustificazione come se lui fosse lì a guardarla con la solita aria interrogativa.
Non sapevo, provò a dire a se stessa, non immaginavo.
Ma davvero non ne aveva alcuna cognizione? La spiegazione le suonò falsa ancor prima di terminare il pensiero.
Quando era cambiato l’atteggiamento di Alessandro nei suoi confronti? Quando i suoi sentimenti si erano trasformati? E quando lei aveva indossato per la prima volta quella’armatura cinico-umoristica che adesso le pesava così tanto?
Cercò una risposta qualsiasi nelle altre buste sparse sulla scrivania pur sapendo che difficilmente ne avrebbe trovata una soddisfacente, soprattutto all’ultima domanda.
Ne scelse una contraddistinta con una lettera C ma si accorse poi che ce n’era un’altra uguale. Qualcosa dovevano pur significare ma ora proprio non aveva voglia di perdersi in altri rebus.
Questa volta la busta conteneva soltanto due piccoli fogli quadrati strappati via da quei blocchi per appunti da scrivania; entrambi erano senza data e senza firma.
Sul primo lesse “Spero che questo libro possa farti ritrovare il buonumore o, almeno, rasserenarti un po’. Spero che la tua nuova stanza ti piaccia e che tu non sia allergica anche a questi fiori. Spero che…”.
A quale libro si riferiva? Così di primo acchito non riusciva a ricordare; del resto Alessandro gliene aveva regalati talmente tanti di libri. Libri, fiori, oggetti personali. Per la verità lei si era anche chiesta il perché di alcune ricorrenti attenzioni ma poi, sentendosene gratificata più che incuriosita, aveva preferito trascurarne le motivazioni allo stesso modo in cui ignorava le occhiate pettegole delle segretarie.
Si alzò dalla poltrona e si accostò alla finestra grande quanto tutta la parete; giù in strada, però, non c’era quasi più nessuno ed alcune auto ferme ad un semaforo erano una ben misera distrazione.
In realtà, dovette ammettere mentre giocava con il riflesso del suo profilo, non aveva mai fatto domande perché non voleva conoscere le risposte. Perché non sentiva di essere interessata. Ma poi era davvero così?
Smise di arrotolare nelle mani l’altro biglietto e lo dispiegò.
“Sono contento tu sia tornata. L’ufficio non è più lo stesso quando non ci sei”.
Lei questi messaggi non li aveva mai visti prima, mai avuti, mai letti.
Prese una busta sottile con sopra la lettera R; anche questa doveva contenere un breve pensiero. Su un Post-it arancione, infatti, c’era scritta solo una frase: “Se non intuissi già la tua risposta avrei il coraggio di dirti ciò che sei per me. Auguri”. Auguri per cosa? Auguri per quando?
Perché scrivere e poi chiudersi in un cassetto?
Perché dissimulare un bel gesto? Perché nascondersi?
[continua... forse]

domenica 3 agosto 2008

Lettere dal silenzio - tre

L’ordine - il maniacale ordine - della scrivania non sembrava diverso dal solito. Lampada, matite colorate, il planning settimanale, il fermacarte di acciaio; tutto era al solito posto e al tempo stesso tutto le appariva come fuori contesto. Forse era solo suggestione.
Tanto per fare qualcosa che ponesse fine all’inerzia di quel momento si alzò e accese la piccola web radio appesa al muro. Poi torno a sedersi ed a guardare le stampe sulle altre pareti. Nel frattempo la musica, proveniente da un’emittente canadese, prese a fare da sottofondo ai suoi pensieri.
Con un senso di benessere si tolse le scarpe.
Si trasferiva in un’altra città! Non poteva essere un errore, la ragazza aveva parlato di un vero e proprio trasloco. Non poteva neppure essere un’azione impulsiva; conoscendolo aveva pianificato tutto da settimane, da mesi.
Con rabbia crescente si chiese ancora una volta se gli altri soci o se gli impiegati dello studio ne erano a conoscenza. Doveva senz’altro essere così, erano troppe le implicazioni personali e professionali, troppi gli impegni e le responsabilità. Nessuno poteva andarsene dall’oggi al domani, nessuno.
Non Alessandro comunque.
Quindi soltanto lei era ignara di tutto, lei era quella destinata a scoprirlo un lunedì mattina qualunque, lei era la vittima della macchinazione! Come pensavano di comunicarglielo? A ondate la rabbia sembrava prendere il sopravvento ed i pensieri più assurdi le salivano in gola. Ma quale complotto? E poi, si chiese con un accenno di lucidità, lei era la vittima o il carnefice?
Alla ricerca di un indizio qualsiasi aprì il primo dei cassetti posti al di sotto del piano in ciliegio e sorrise sollevata nel riconoscere la perfetta disposizione della cancelleria: tutte le penne a china da una parte e tutte disposte nello stesso verso, la spillatrice e i suoi ricambi al centro, gli elastici in alto a destra e i Post-it colorati subito in basso.
Quante volte l’aveva preso in giro? Quante volte ne avevano riso insieme? Sul lavoro lui si presentava con una meticolosità e, a volte, con un indisponente pretesa di controllo che non gli riconosceva nell’intimità; almeno in quella che era a lei nota.
Soltanto una delle due agende era al solito posto ma questa non era un’informazione saliente; c’erano anche alcuni disegni ed appunti vari di lavoro. Insomma nulla da segnalare.
Presa da queste considerazioni aprì il secondo cassetto, quello degli effetti personali, e… «Cazzo!», mormorò con le labbra contratte mentre realizzava che era quasi del tutto vuoto. Su tutte le contrastanti emozioni che la animavano sentì un senso di panico prendere il sopravvento.
Era rimasto pochissimo di ciò che normalmente attestava la presenza quotidiana del proprietario. Aveva portato via i documenti e il suo iPod, un album con vecchie fotografie e il palmare, la stilografica Oman – la penna dei contratti importanti – e quella vecchia edizione del suo libro preferito, Il vecchio e il mare.
Nel fondo del cassetto c’era solo un raccoglitore pieno di biglietti da visita ed un pacco di buste formato E5 tenute insieme da un nastro azzurro.
Tutti in ufficio usavano quel tipo di buste per la corrispondenza ma la incuriosì il fatto che fossero prive del logo a stampa. Quindi, dedusse, dovevano essere lì da molto tempo.
Lettere? Per chi? Nel momento stesso in cui pose il punto interrogativo al termine del suo pensiero percepì l’inutilità della domanda.
Prese il piccolo fagotto e lo esaminò con gli occhi ancor più che con le mani. Dovevano esserci una ventina di buste, alcune molto sottili altre decisamente più gonfie.
Posò l’involto sulla scrivania dinanzi a sé e stette a considerarne il peso, soprattutto quello simbolico; pensò di andarsene e lasciare tutto così com’era ma con irritazione si rese conto di sentirsi chiusa in una gabbia di cui lei stessa aveva buttato via le chiavi.
Adesso era lì e – per quanto male potesse fare – non c’era altro posto al mondo in cui avrebbe voluto essere.
Alla luce di un’altra sigaretta sciolse il nodo al fiocco colorato e sentì stringersi quello del suo stomaco; le buste si sparpagliarono sul piano.
Non c’era mittente, non c’era destinatario, non c’era data, non c’era scritto nulla.
Sul retro di ciascuna, proprio al vertice del triangolo formato dei lembi di chiusura, c’era un carattere dell’alfabeto disegnato con un pennarello rosso.
Quella che aveva in mano adesso riportava la lettera H.
Le lettere sulle altre buste sembravano disposte alla rinfusa, senza un senso compiuto, almeno non in ordine consecutivo; vedeva una T, due S, una M, contò tre I ed ancora un mucchio di vocali disseminate nella confusione di quel momento.
Tutto questo era così tipico di Alessandro. L’apparente casualità di gesti, parole, comportamenti celava sempre un altro significato; anche i dettagli dei suoi disegni raramente potevano ritenersi elementi architettonici fini a se stessi, più spesso avevano una propria funzionalità, una loro specifica ragion d’essere.
In quel momento capì che – a parte l’imprevedibilità di quanto accaduto al bar – non vi era nulla di fortuito neppure nell’aver scoperto quelle buste. E seppe senza alcun dubbio di essere l’unica destinataria di qualsiasi messaggio fosse in esse contenuto.
Da quanto tempo erano lì quelle lettere? Qual era la prima e quale l’ultima?
Ne prese una dal mucchio sparso sulla scrivania – una contrassegnata con la lettera A – e sospirando, controvoglia, la aprì.
[continua... forse]

venerdì 1 agosto 2008

Lettere dal silenzio - due

«Sai che Alessandro parte?», aveva detto una ragazza bruna ad un’amica.
«Alessandro chi?», aveva risposto l’altra mentre salutava distrattamente un tizio invece molto interessato a lei.
«L’architetto, il mio amico Alessandro… te ne ho parlato. Quello del progetto giù al porto turistico. L’hai anche conosciuto alla festa di Natale!». Già a questo punto quella conversazione aveva distolto e monopolizzato la sua attenzione.
Le ragazze erano entrambe sedute davanti al bancone colorato del bar, su sgabelli altissimi in plastica trasparente; gambe in bella mostra e almeno una delle due – quella distratta – con evidenti problemi di cellulite.
Entrando nel locale erano le prime persone che si era trovata davanti e poi, mentre aspettava che si liberasse un tavolo, era capitata a poche decine di centimetri dalle loro spalle e dalle loro voci.
«Sarà ma non credo di ricordarlo», era stata la replica, per poi aggiungere «Che vuol dire che parte? Vacanza, lavoro, cosa? Che c’è di insolito?».
Anche lei aveva pensato la stessa cosa. Che c’è di strano, che cosa vuoi dire? E qualunque cosa sia dilla ora perché ormai ci stanno indicando dei posti liberi dall’altra parte della sala.
«Parte. Trasloca. Si trasferisce in un’altra città».
Le parole si erano solidificate nell’aria fredda come se fossero state prodotte dal condizionatore montato sul soffitto; e come cubetti di ghiaccio le avevano procurato un’insopportabile brivido lungo la schiena.
Parte. Trasloca. Mentre si sedeva al tavolino e non rispondeva alla domanda del cameriere continuava a ripetersi quelle parole per renderle reali, per essere sicura di non averle immaginate.
Si trasferisce in un’altra città.
Ma dove? Quando? Perché lei non ne sapeva nulla? Gli altri in ufficio ne erano informati? Decine di improvvise domande si avvicendavano e tutte sembravano richiedere urgenti risposte. Come era possibile che stesse accadendo davvero un’enormità come quella? Ma, ancora più importante, perché? La stessa morsa allo stomaco che aveva avvertito prima ripropose ora la sua stretta energica e sembrò darle il presagio di una risposta.
Tra la quiete apparente della stanza ed il fragore dei suoi pensieri cercò di ricordare cos’è che poi aveva confusamente farfugliato.
Si, sono un po' stanca. No, va tutto bene. Si il mojito mi piace. No, io non posso berlo ora perché… perché… devo andar via! Devo sistemare una faccenda, magari ci vediamo dopo.
Quest’ultima parte l’aveva memorizzata meglio. L’espressione incredula di Marco mentre lei letteralmente fuggiva, rapita da un’angoscia inesprimibile con le parole, promettendo una telefonata che non sarebbe mai arrivata; non quella sera in ogni caso.
Uscendo dal locale aveva tirato il fiato e, per un attimo, era stata tentata dal chiamare Alessandro e chiedergli conto di tutto oppure semplicemente sbattergli in faccia che lei sapeva!
Invece si era subito diretta verso l’ufficio come se dovesse trovare la prova materiale di un delitto o, più semplicemente, l
a conferma di quelle maledette parole – parte, trasloca, si trasferisce – ancora immobili nell'aria come un fumetto triste. Ed ora si trovava lì, sola e quasi al buio seduta alla scrivania di lui, incapace di articolare pensieri troppo profondi per paura di trovare risposte altrettanto assolute.
Si accese una sigaretta, l’ennesima della serata. Lui non avrebbe voluto ma non le importava e poi l’aria condizionata era spenta.
Riflettè su ciò che era accaduto negli ultimi tempi. I loro contatti si erano alquanto diradati ma questo, tutto sommato, non era un fatto inconsueto nel loro rapporto; c’erano sempre state fasi alterne, avvicinamenti e distacchi, a volte senza un motivo specifico ed altre appresso ad una discussione o un litigio. Niente però aveva mai intaccato quel feeling fondato sicuramente sulla reciproca attrazione ma anche su lunghi, eloquenti, silenzi.
Alessandro, poi, era stato molto impegnato con quel suo nuovo progetto e lei... lei praticamente non c’era stata mai in ufficio presa dal lavoro, dalla partecipazione ad alcuni convegni e da altri impegni fuori città.
Quanto tempo era trascorso dall’ultima volta che avevano preso un caffè insieme? Settimane forse e addirittura mesi dall’ultimo pranzo; quest’ultimo se lo ricordava bene perché avevano trascorso un bel pomeriggio.
Di recente, al ritorno da un ennesimo viaggio, lo aveva ritrovato più scontroso del solito ma non se n’era curata più di tanto e, francamente, aveva altro a cui pensare.
Adesso, però, sembrava che stesse accadendo qualcosa di drammatico e definitivo; non riusciva a spiegarsi neppure le sue stesse sensazioni mentre cercava freneticamente di unire i pensieri come i tasselli di un enorme puzzle.
Spense la sigaretta nel fondo di un bicchiere d’acqua e indugiò nel silenzio.
[continua... forse]

mercoledì 30 luglio 2008

Lettere dal silenzio

Nonostante il traffico del venerdì notte Claudia riuscì a parcheggiare la Smart con relativa rapidità, proprio davanti il palazzo a vetri che, con la sua strana curvatura, le aveva sempre ricordato la vela di una barca.
Spense il motore, aprì lo sportello e raccolse la borsa quasi con un unico rabbioso movimento; ma fu un gesto maldestro perché parte del contenuto della sacca – un pacchetto di sigarette, il secondo cellulare, la pochette Prima Classe - si rovesciò tra il marciapiede e il pavimento dell’auto.
Scese e raccolse tutto imprecando a bassa voce. Qualcuno dei tanti frequentatori il Bistrò Beethoven si accorse di lei e dell’accaduto; la qual cosa la irritò ancora di più ma tanto ormai, peggio di così… Eppure la sua serata era cominciata in modo del tutto diverso da come stava terminando e, soprattutto, con ben altre prospettive.
I sandali neri tacco dieci erano bellissimi ma, ne prese definitivamente atto, di camminare veloci proprio non se ne parlava; tanto più che la gonna, lunga al ginocchio ed aderente, le impediva qualsiasi movimento rapido.
Si obbligò a moderare sia il passo sia l’ansia crescente e finalmente giunse al portone. L’edificio doveva essere quasi del tutto deserto perché quasi del tutto adibito ad uffici; attraversando l’androne si domandò se ne fosse l’unica frequentatrice e se quest’eventualità avrebbe dovuto in qualche modo preoccuparla.
Nell’ascensore – sempre troppo lento nell’arrivare al terzo piano – si guardò allo specchio.
Chiunque avrebbe detto che era in gran forma: bella ma ancor di più affascinante, elegante e determinata (qualcuno avrebbe aggiunto stronza, come se i due termini fossero sinonimi); lei invece vedeva solo il riflesso di una donna stanca, con poche ore di sonno e molti pensieri, con la pelle sciupata da troppe sigarette e dallo stress.
La fredda luce della cabina le restituiva un’immagine contraddittoria e demoralizzante.
Le porte automatiche si aprirono rumorosamente davanti al suo, anzi al loro, ufficio. Studio Associato di Architettura riportava la targa in ottone con il logo smaltato a due colori; disegno realizzato da lui e materiale scelto da lei.
Complementari come sempre, avrebbe detto lui, almeno sul lavoro; era stata proprio lei ad obiettare qualcosa l’ultima volta che se n’era parlato e, di conseguenza, lui aveva smesso di scherzare anche su questo argomento.
Qualcosa all’ingresso catturò per un attimo la sua attenzione - le sembrò fuori posto - ma non riuscì a concentrarsi su quel pensiero tanta era l‘inquietudine che l’assaliva.
Accese le sole lampade del corridoio e si diresse verso la stanza di Alessandro, uno dei soci dello studio ma, soprattutto, il motivo per cui lei si trovava lì in quel momento.
Entrò nella camera e per un lungo momento ne respirò il silenzio; tra le luci interne ed il riflesso ocra dei lampioni giù in strada, tutto era avvolto in una piacevole penombra. Si sedette alla scrivania e cercò di riorganizzare le idee mentre vagava con lo sguardo sull’ambiente circostante.
Sulla sinistra c’era il più grande dei due tavoli da disegno con il raccoglitore per i progetti, davanti alla parete specchiata era sistemata la poltrona Stressless ed un enorme vaso antico; in fondo aveva trovato posto lo scaffale dei viaggi, pieno di libri fotografici e caratteristici souvenirs.
Nell’apparente tranquillità che la circondava continuava a ripetere a mente ciò che aveva sentito raccontare da una sconosciuta in un bar soltanto un’ora prima.
Inutilmente provava a dare un senso compiuto a quelle frasi rubate al vociare della gente ed alle insistenti domande del suo accompagnatore.
[continua... forse]

mercoledì 9 luglio 2008

Messaggi nella nebbia

Anche questa sera c'è nebbia.
Giro a sinistra, poi sempre dritto fino al termine del viale.
Da qualche tempo la nebbia cala silenziosamente anche qui vicino al mare. Una sorta di sipario, insopportabilmente freddo e umido, sulle vite di tutti coloro che sono nascosti dietro i fari che ora mi vengono incontro.
Dopo il semaforo di nuovo a sinistra.
Oppure sono io - come sempre del resto - ad andare nel senso opposto a tutti gli altri, persino rispetto alla parte razionale di me stesso? Non sono forse io ad ignorare l'evidenza stessa della mia vita?
Il clacson di un incrocio interrompe l'inutile ragionamento metaforico.
Una coppia clandestina ha evidentemente fretta di ritornare alla finta normalità; mi fermo e li lascio passare anche se avrei la precedenza.
Riesco a scorgere lei, bionda, che infila la testa in una maglia, nera, dopo averla già indossata dalle braccia. Lui guida nervoso e fuma.
C'è un'interruzione sulla destra ma io vorrei proseguire.
Chissà perché le donne indossano i maglioni infilandoci prima le braccia mentre noi uomini facciamo sistematicamente il contrario.
Chissà com'é che una donna riesce ad operare - con precisione chirurgica - qualsiasi cambiamento nella vita di un uomo e, dopo che l'intervento è riuscito, dichiarare emotivamente deceduto il paziente.
E andarsene via, naturalmente, quasi come se nulla fosse.
Giallo al semaforo, potrei ignorarlo ma non ho fretta di niente.
Uomini e donne sono diversi. Che banalità sconcertante da raccontarsi guidando nel buio sporco di una litoranea deserta, fino ad uno spiazzo dove fermarsi a guardare il mare, o almeno sentirne la voce.
Ancora una volta mi scopro a barare con me stesso e neppure mi assolvo, non mi concedo neanche l'attenuante di una procurata depressione.
Questa è la nostra terrazza sul mare.
Nostra per estensione del termine, insomma mio e suo, suo di lei, ci venivo con lei, quando c'era lei!
Una piccola radura sospesa sulla scogliera nera, vicino ad un maneggio dove in primavera si sentono le grida dei bambini ogni volta che qualcuno di loro riesce ad accarezzare un puledro.
Rallento, mi fermo, freno a mano e quadro spento.
Ricapitolando. Lei non c'è, ormai guido da ore, il cellulare è talmente muto da sembrare guasto, parlo da solo e sono stupidamente tornato in un luogo che mi può solo far stare peggio. C'è altro da aggiungere?
Per la precisione la frase "lei non c'è" non spiega esattamente la situazione. "Lei è in pausa di riflessione" è una citazione decisamente più appropriata.
Vorrei scendere però temo che gli inquilini delle altre auto possano prendersela a male; già il fatto di essere qui da solo tanto normale non deve farmi apparire.
Così resto a contemplare il led verde di un telefono inutile, le luci azzurre di una radio silenziosa, il buio fitto di tutti i miei pensieri. Ma l'immobilità è un lusso che i miei nervi non possono permettersi a lungo.
Retromarcia, prima, seconda, tengo i fari bassi e via.
Le auto sulla strada ora sono sempre meno ed io mi sento sempre peggio. Pioviggina.
Se soltanto sapessi raggiungerla in qualche modo, se i gesti avessero un senso, se le parole potessero parlare.
Torno indietro, prendo a destra, passo dietro il vecchio castello.
Se... se soltanto il messaggio che è appena arrivato fosse il suo...
ore 21,17 fai attenzione per strada, questa sera c'è nebbia...
Accosto e lascio passare un tizio che ha meno pazienza di me.
Rileggo il testo ma più che altro mi accerto che sia lei il mittente.
C'è un altro sms ed io non ho ancora riflettuto sul primo.
ore 21,19 se, come immagino, passerai da qui fermati, se ti va...
Non so più che pensare e il cellulare suona ancora.
ore 21,20 io ti aspetto...

Mi sembra che ci sia di nuovo campo. Nella mia vita, intendo!
La nebbia - questa è una cosa che d'ora in poi mi ricorderò - non sempre nasconde la strada da percorrere.

lunedì 7 luglio 2008

Non ti voglio più

È vero, non ricordo
e non c'è più emozione.

Davvero,
non c'è un segno
che indichi il dolore
e ho smesso di cercarti
la notte e il giorno, invece,
ho smesso di sognare.

È vero che il silenzio
non genera calore
né tenerezza alcuna.
Io non ti penso più
e non ho più domande.

Ma quanti inganni occorrono
per una verità?

giovedì 6 marzo 2008

"Non è un paese per vecchi" di Ethan e Joel Coen

Il cacciatore sullo schermo punta il fucile e prende la mira, poi si gira infastidito.
Non saprò mai se a distrarlo è stata quella nuvola improvvisamente spostatasi davanti al sole oppure quell'idiota giù in sala che finge di non capire che il film è iniziato da cinque minuti.
Intorno a Llewelyn Moss c'è il benefico silenzio del deserto, del vecchio West, della frontiera. O almeno ciò che ne resta nei primi anni ottanta del secolo scorso.
Ma il silenzio sta per finire, anzi è già finito, anzi se ascolti bene riesci ancora a sentire l'eco di quegli spari che prima cambieranno la tua vita e poi rimbalzeranno così a lungo e così lontano da ucciderti.
Il vecchio West non regge il confronto con la violenza del nuovo e lo sceriffo Bell se ne duole, non perché tema la morte ma perché proprio non comprende cosa c'è di attraente in una folle corsa verso il male, con il male, per il male.
Metafora della società americana? Troppo facile e comunque il merito va prima a Cormac McCarthy e poi agli sceneggiatori giustamente premiati (sempre loro, sempre i Coen).
Il sogno infranto statunitense a sua volta metafora del nostro stile di vita? Questa domanda già m'intriga di più, forse perché penso di conoscere la risposta.
Allora assegno i compiti per casa.
Prendete una società che sostanzialmente sopravvive a se stessa, moltiplicatela con un po' di (lucida) follia e verificate se il prodotto finale cambia in modo significativo.
Se trovate la soluzione - forse - scoprirete che - purtroppo - non cambia molto o non cambia affatto!
Miglior film dell'anno? Lo zio Oscar poteva anche andare in visita a qualcun altro ma questo resta un gran bel film.
Migliore regia? Hanno fatto di meglio i due fratelli di Minneapolis e se non ci credete noleggiatevi "Fargo" (1996), "Il grande Lebowsky" (1998) oppure "Fratello, dove sei?" (2000).
Migliore attore non protagonista? Per favore, per favore, per favore, non entrate mai in ascensore con Javier Bardem perché se lo vedrete giocare con una moneta quello potrebbe diventare il vostro ultimo ricordo!
Parafrasando l'anziano sceriffo, quando la gente non riesce a spegnere il cellulare neppure per due ore al cinema, la fine è vicina...


[Se a qualcuno interessa, sono tornato. E spero di non andare più via così a lungo.]



giovedì 15 marzo 2007

"These streets" di Paolo Nutini

Meglio un italiano che è costretto a cantare nella lingua d'Albione per rincorrere il successo o meglio uno scozzese autentico (da quattro generazioni almeno, a leggere le note ufficiali sul suo sito) che ha il nome italico e suona un'ottima chitarra pop & soul?
A parte la retorica domanda il ragazzo (sia detto a merito dei suoi vent'anni) ci sa fare ed ha talento. C'è poco da dire e da aggiungere a quel (poco) che già è stato scritto.
Forse è uno dei migliori lavori pubblicati nel 2006 anche se le playlist radiofoniche lo contemplano tuttora con una piacevole frequenza.
Easy pop oppure soft rock, non credo che abbia molta importanza; ognuno riconduca la sua musica dove vuole e dove può.
Così come ricordare i Beatles piuttosto che Bowie sembra più un esercizio di stile che una reale necessità; pare più ovvio pensare (ma forse anche questo è un errore) che in camera sua, accanto alla libreria, ci sia almeno un cd degli Oasis, forse qualcuno dei Travis, sicuramente Jack Johnson e almeno "Parachutes" dei Coldplay.
I testi pure sono tutt'altro che irrilevanti e prevedibili (almeno in confronto al restante panorama british): il punto di vista di un ragazzo su questo "big bad world", sulle cose da fare, le strade da percorrere e, soprattutto, gli amori da vivere.
Da incentivare la sua propensione per le ballad e medaglia d'oro per quella che titola l'album.
These streets have too many names for me
I'm used to Glenfield road
and spending my time down in Arkie
I'll get used to this eventually
I know, I know

I treni perduti - due

I viaggiatori si accalcavano al riparo della pensilina e lo infastidivano, impedendogli di pensare e nascondendo la sua visuale.
Decise di muoversi: un passo avanti era un salto a ritroso nel tempo, ogni movimento lo costringeva ad un malinconico ricordo.
- Ma forse non è lei, quell'impermeabile non l'ho mai visto. - Bravo l'idiota, davvero una brillante deduzione.
Un treno di emozioni stava per investirlo e lui non aveva nessuna voglia di scansarsi. Gli sembrava di ricordare un'aforisma adatto all'occasione, anzi una volta ne avevano anche riso insieme.
Intanto lei, ora seduta su una fredda panchina piena di scritte colorate, ripose il libro e si alzò. E' proprio vero che le regine sono i pezzi più forti della scacchiera; è vero che non cadono mai e Valentina ora riprendeva il suo trono.
Dolorosi flashes di un tempo che credeva passato per sempre.
- I suoi occhi scuri capaci di guardarmi in fondo al cuore, le sue braccia che stringono per non farmi andar via... ma alla fine chi è quello che se ne è andato? Se non mi sentissi così male potrei anche riderne e pensare ad altro.-
- Dannazione, proprio adesso che l'avevo dimenticata... Si, lo so che è una menzogna ma che dovrei fare? Continuare ad amare un sogno e sperare di non svegliarmi mai? E poi magari vederla tra le sue braccia. -
-Già, quasi dimenticavo, c'è anche lui. Chissà se sono ancora insieme, magari la starà aspettando dall'altra parte di questo viaggio. Forse sono sposati ed allora io che farò? -
- Devo essere completamente pazzo, come può un'ombra sconvolgermi la vita? E non sono neppure certo che sia lei; dovrei almeno esserne sicuro prima di farmi prendere da una crisi isterica. -
D'un tratto intorno si fece uno strano silenzio, quello che a volte si crea in una folla vociante. Sentì distintamente una voce dentro di sé che urlava.
Ti amo, Valentina ti amo ancora.
In quell'attimo il treno del destino arrivò polverizzando le minute gocce d'acqua sui binari e, contemporaneamente, i suoi pensieri.
In preda al panico le corse accanto, afferrò per primo la maniglia della carrozza numero dodici, si voltò a guardarla e udì soltanto un ringraziamento frettoloso mentre fissava le piccole farfalle sulle sue gambe scomparire nella polvere del vagone bordeaux.
L'adrenalina che un attimo prima impetuosa gli scorreva dentro adesso scivolava via, sotto il marciapiede, proprio come la pioggia. Un macigno intanto gli rotolava sul cuore.
Quell'ultimo quarto d'ora se lo sarebbe ricordato per un pezzo.
Dopo quella che a lui parve un'eternità le porte si chiusero ed i vagoni si mossero. Ebbe la sensazione che tutti si stessero domandando per quale motivo non vi era salito.
Forse anche il capostazione aveva tardato a fischiare il via libera per dargli il tempo di pensare. Si, ma pensare a cosa?
Adesso era immobile, confuso e solo accanto all'orologio rotto, a pochi passi giaceva la sacca che aveva abbandonato. Nella mente e nel cuore un unico pensiero.
Il sole di tutta l'altra gente forse oggi non sarebbe venuto fuori ma il suo, lentamente, già diradava le nubi. Ed allora correre verso un telefono, cercare delle monete e sollevare la cornetta fu quasi un solo gesto.
Quante volte aveva battuto quei tasti?
Il primo trillo e un attimo di incerto silenzio lo paralizzò; poi il secondo ed il ricevitore dall'altro capo venne sollevato.
Intanto il treno del destino si allontanava veloce nella pioggia e nel grigio, insieme ad una sconosciuta di nome Valentina.

lunedì 5 marzo 2007

La sconosciuta

Ad un tratto mi volto
e vedo i ricordi
tremare
in due occhi
che il tempo non cambia.
Piano rivedo
il mio sguardo
in quegli occhi,
in un tempo passato
trascorso per sempre.
Ed un po' mi vergogno
per come si cambia.

venerdì 2 marzo 2007

I treni perduti

La pioggia smise di cadere improvvisamente.
O meglio fu lui che se ne accorse all'improvviso così come, voltandosi ed alzando gli occhi, si accorse di lei che era venti metri più in là, quasi sotto ad un vecchio orologio che ancora non era stato regolato con l'ora legale.
Il respiro si fermò. Vide un profilo indimenticabile e lunghi capelli castani a coprirle le spalle. Alta, con un corpo slanciato ed armonioso, gambe perfette avvolte in calze velate impreziosite da alcuni disegni che, a prima vista, sembravano minuscole farfalle.
Senza dubbio era lei! Oppure no?
Con la mente in tumulto posò la sacca di pelle sul marciapiede accorgendosi poi della pozza d'acqua sottostante. Ma non era importante, più nulla lo era, tranne lei.
Guardarla era doloroso come può esserlo ferirsi con un coltello arroventato, come sognare di cadere in uno spazio nero, senza contorni e senza fine.
Come morire e non riuscire a chiudere gli occhi.
Osservarla era bello, come soltanto l'amore può essere, come i dolci ricordi semi nascosti nelle pieghe dell'anima, come le sue gambe e il suo corpo e il suo cuore.
Averla pochi passi da sé lo faceva sentire bene e male al tempo stesso; per quanto desiderasse correre via sapeva di non esserne capace.
Non riusciva quasi a muoversi. La pioggia riprese a venir giù... ma quanto tempo era passato? Due anni, forse meno. Precisamente un anno e otto mesi dall'ultima telefonata.
Non si era mai accorto che il calendario continuava, puntuale, a strappar via i giorni dell'amore. Forse è solo una pietosa bugia quella storia sul tempo che lenisce il dolore, forse i ricordi importanti non scompaiono mai, si mimetizzano soltanto.
- Ti prego voltati, fa che possa guardarti. - Ecco ho cominciato anche a parlare da solo.
- E se prende lo stesso treno? Se non mi riconosce? Se invece finge di niente? -
Potrei sempre andarle vicino e salutarla come farebbero due vecchi amici, io che le sorrido, lei che mi guarda...
- Come scusi? No, mi dispiace non so che ora è! -
Ma un pregiato Sectora al suo polso stava lì a far bella mostra di villania ed a farlo sentire ancora più stupido.
Intanto ripensava al suono della voce di lei e alle sue parole.
- Qualunque cosa accada voglio dirti che sei stato la cosa migliore che la vita mi ha dato e, se avessi la forza di tornare indietro, rifarei esattamente le stesse scelte... Ti voglio bene. -
Il vento recava ancora l'eco di quella frase. Allora la gente rideva e giocava nel sole d'agosto fingendo di non vedere quella curiosa scena d'amore, con due stupidi attori costretti a separarsi perché incapaci di restare uniti.
Se un regista, nell'ombra della pineta, avesse battuto il suo ciak nessuno si sarebbe stupito.
- Tanto meno io, primo attore di una tragica commedia che forse avevo contributo a scrivere ma che, sicuramente, non sapevo recitare. -
[continua... forse]

mercoledì 28 febbraio 2007

Il rumore dei pensieri

Giù in strada c'è silenzio.
Ci sono alcuni lampioni bianchi, intervallati da altri gialli, che sporcano il buio con una luce irreale.
Nelle strade vicine ogni tanto passa un auto e un cane puntualmente abbaia ma il rumore si perde presto nella notte e torna il silenzio.
Anche dentro di me c'è silenzio. Quello pesante di troppe parole non dette, quello rumoroso dei pensieri che ti tengono sveglio.
Lei è uno di questi pensieri. Lei è un bel pensiero.
Come tutti gli innamorati, vittima e carnefice di me stesso, a volte soltanto poterla guardare mi fa stare bene anche se ci sarebbe tanto altro da fare, tanto da dire. Se solo lei volesse.
Nella benefica calma che precede il giorno cerco qualcosa cui legare le mie fantasie e mi viene in mente una canzone - un'altra canzone - che parla di lei. Come fanno le parole?
Per un attimo il dolore di saperla lontana - quel dolore fisico che taglia il respiro - prende il sopravvento e mi immobilizzo nel buio della stanza, aspettando che passi.
Penso al suo viso e istintivamente sorrido. Come fanno le parole?
io sospeso al tuo sorriso e le mani perse su di te poi ricordo mi perdevo se arrivavo alle tue labbra sempre pronte a ricordarsi di me...
Poi rivivo attimi di ieri, all'enorme distanza che può esserci in un momento, all'incapacità di dire qualunque cosa, di fare un qualsiasi gesto per paura di sbagliare e vederla andare via. Di nuovo andar via.
Così canto un'altra strofa per non far morire i miei pensieri, per vivere fino al mattino e vederla entrare sorridendo dalla porta principale della mia vita. Come fanno le parole?
una come te io non l'ho vista mai per una come te si può cambiare sai si può imparare sai si può decidere che tu sei quella giusta che...
Guardo i riflessi dei lampioni nella penombra ormai meno densa.
Tra un'ora sarà l'alba e il silenzio assordante di questa notte svanirà.

domenica 11 febbraio 2007

Gianrico Carofiglio

Buongiorno, sono l'avvocato Guerrieri, Guido Guerrieri. Piacere mio, prego si accomodi, come ha detto che si chiama? Chi le ha fatto il mio nome?

Ecco guardi, non so da che parte cominciare, il fatto è che non ho molta dimestichezza con le questioni legali e con gli avvocati, meno che mai con i penalisti.
Ha ragione, meglio cominciare dall'inizio.
No, non sono di Bari, lei si? Io sono venuto qui perché c'era lei, intendo dire Margherita, la mia compagna. Anzi, forse dovrei dire la mia ex compagna.
Perché fa quella faccia avvocato, ho detto qualcosa di sbagliato?
Dunque le dicevo di Margherita, che poi è il motivo per cui sono qui.
Una mattina se n'è andata dopo un litigio e non è più tornata. Forse è andata a stare da una sua amica, Claudia mi sembra che si chiami, ma non ho notizie da due settimane e sono preoccupato.
Il fatto è che quel giorno nell'impeto della discussione - senza pensarci, si insomma ad occhi chiusi - le ho dato uno schiaffo.
Lei era lì, sulla porta di casa e mi stava guardando con un'aria di sfida cosicché non c'ho visto più e l'ho colpita.
Una sola volta, per carità, poi le ho chiesto subito scusa ma lei correva già per le scale ed ha quasi travolto il signor Thiam, quello del terzo piano.
Posso chiederle come si chiama la musica che stiamo ascoltando? Dvorak? Ma è l'autore o il titolo? Come si scrive ché poi me lo segno?
Vado avanti. Allora, io voglio querelare Margherita.
Come non ha capito? Voglio denunciarla e vorrei che se ne occupasse lei. Non so per cosa, faccia lei, pensi a qualcosa ed io poi firmerò.
Guardi che posso pagare bene, per esempio quanto costa una querela per percosse? Oppure per lesioni semplici?
Si, lo so che sono stato io a colpirla ma vede sono convinto che se mi invento qualcosa per farla tornare, magari anche per farla arrabbiare, lei verrà da me ed io potrò provare a convincerla.
O almeno a farle venire dei dubbi - ragionevoli dubbi - sulla sua decisione.
Ho già pensato a tutto io: noi la denunciamo, lei si farà difendere da un suo collega - magari uno meno bravo di lei – e quando ci sarà il processo, lì davanti al giudice io le dichiarerò tutto il mio amore. Lei così si renderà conto di quanto mi ama, che non può fare a meno di me, mi perdonerà e tutto tornerà come prima.
Anzi le volevo chiedere, il giudice ci può sposare? Sa come succede in America che nei tribunali si può fare di tutto?
Lei potrebbe farci da testimone, testimone inconsapevole certo, ma che importanza ha?
Avvocato cos’ha, sta male? Avvocato…
Ma lei sta ridendo! Non capisco, cosa c'è da ridere avvocato!
Eppure le signore Pappalepore mi avevano detto che era una persona seria, mi avevano parlato così bene di lei…

Maria Teresa... Maria Teresa, accompagni il signore per favore e non mi passi telefonate per mezz’ora.
Anzi no, esco a fare due passi, vado verso il lungomare
.

[Spero che l'autore (o chi per lui), semmai leggerà queste righe, vorrà perdonare questo innocente divertissement che vuol essere soltanto un sentito omaggio alla sua prosa e al suo modo di intendere la vita e la giustizia, almeno per come può trasparire dai suoi libri.]

venerdì 9 febbraio 2007

Non sei niente

Quelle che mancano sanno mancare e fare più male...

L'altra storia, quella precedente, era terminata. Più volte.
E più volte ricominciata.
Le ferite col tempo avevano smesso di fare male; anzi, col ripetersi dell'eterno duello, le ferite neppure si procuravano. O forse lui era diventato bravissimo a fingere guarigioni miracolose.
Più realisticamente del necessario scrollava le spalle ed andava avanti, aspettando il prossimo litigio ed il successivo pretesto per scopare e fare pace.
Intanto continuava a telefonare all'ufficio approvvigionamento per spedizioni di cui non gli poteva importare di meno.
Oggi era lui ad occuparsi di quell'ufficio ed ogni mattina non poteva non ridere di quel contrappasso, mentre ascoltava richieste e reclami di cui non interessava niente a nessuno.
La sua attuale storia d'amore era diversa per tante ragioni, anche per l'intensità delle emozioni che ne scaturivano.
Anna era entrata nella sua vita con un impeto tale da spazzare via tutto e tutti.
Anna l'aveva persino convinto a cambiare città ed a farlo riflettere sul matrimonio, non più come ultimo rifugio dei perdenti ma come nido in cui ritrovare se stessi.
Anna, dopo la sua ennesima cazzata, l'aveva lasciato - quasi - sbattendo la porta. Quasi!
Non aveva aperto bocca e se lo aveva fatto non aveva proferito verbo.
Guardava la scena dinanzi a se, guardava la casa, guardava la camera, le pareti, il letto e non muoveva neppure un sopracciglio.
Camminava nel lungo corridoio ondeggiando i fianchi sui tacchi alti, mentre raccoglieva in una calma irreale tutte le sue cose.
Arrivata alla porta, si girò su se stessa, scostò i capelli biondi dalla bocca e disse solo quelle tre parole.
"Non sei niente".
Poi fece per sbattere la porta sui cardini ma all'improvviso ci ripensò.
Il silenzio che ne seguì fu anche peggio del rumore immaginato.
Tutto questo accadeva il 15 novembre di tre anni prima e mancava ormai tutti i giorni della sua vita.
Faceva male, ancora male, sempre male.
Non sei niente, aveva detto. Pur di dire qualcosa sul momento avrebbe voluto correggerla, preso com'era da un ridicolo dubbio sulla correttezza sintattica di quella frase.
Lei lo aveva guardato un'ultima volta ed aveva ancora sussurrato : "Non sei niente".
Ed era vero!

mercoledì 7 febbraio 2007

"Manuale d'amore 2" di Giovanni Veronesi

A volte non c'è bisogno di avere grandi aspettative per avere grandi (o piccole) delusioni.
Capita di non credere a tutte le risate di cui ti raccontano e di pensare che forse hanno riso tanto per propria allegria o per troppa disperazione; così come non vuoi credere all'incubo di cui ti parlano, perchè una commedia sull'italianità non può improvvisamente trasformarsi in una tragedia.
Allora compri un biglietto, ti siedi e aspetti che qualcosa accada.
Ma non accade nulla!
Il regista è un tizio che conosce bene il mestiere ma questa volta, uno e trino (soggetto, sceneggiatura e regia), indovina il primo, sbaglia di molto la seconda e da dietro la macchina da presa alla fine non riesce a salvare il risultato.
Gli attori sono (quasi) tutti bravi e (quasi) tutti ben impostati nei rispettivi personaggi; ma neppure questo è sufficiente ad evitare di guardare l'orologio nell'ennesima pausa del racconto.
Insomma difficilmente riuscirà a distogliere dai propri pensieri se, come capita a me, i pensieri sono tali da farti compagnia anche la notte con la loro ingombrante presenza.
La parte migliore del film? Buio in sala, il rullo parte, lo schermo s'illumina e si odono le note di un pianoforte... eppure sentire (un senso di te)...

martedì 6 febbraio 2007

Uno strano inverno

È l'alba. C'è ancora un po' di foschia mentre la striscia rossastra dell'orizzonte si alza velocemente. Dovrebbe far freddo ed io sentirmi intirizzito ma è uno strano inverno, fatto di belle giornate e grandi sogni. Come se fosse primavera.
La nebbia del mattino è ormai rada e in lontananza riesco a scorgere i contorni dell'unico castello della vallata. Sarà un'altra giornata di sole, penso mentre rientro in casa e chiudo la porta finestra alle mie spalle.
Sorrido senza un motivo apparente e subito il pensiero di te riprende saldo il suo posto, al centro esatto del mio essere.
Neppure mi ricordo l'ultima volta che ti ho dimenticata.
Non saprei più dire del mio ultimo risveglio senza te, dell'ultima cosa fatta senza avere in mente i tuoi occhi scuri o il tuo sorriso chiaro.
Ho bisogno di un caffè per lasciarmi alle spalle il torpore di poche ore di sonno. Riempio con cura il filtro cercando di non spargere la polvere tostata ma perdo; ripulisco il piano e penso che se ci fossi stata tu avresti riso della mia maldestra pignoleria e, tutto sommato, avresti avuto ragione.
Ma tu non ci sei e l'alba non è esattamente la tua ora preferita.
[continua... forse]

lunedì 5 febbraio 2007

"Handful of soul" di Mario Biondi

Superbo soul su un letto morbido di rhythm and blues oppure il contrario, se preferite. Il risultato, per fortuna, non cambia.
E se gradite mister jazz c'è anche lui, non manca proprio nulla.
Mentre il basso riempie bene tutti i vuoti del silenzio, la batteria muove discreta i propri passi e poi una grande voce nera (che meno nera non si può) ti prende con se e ti accompagna in quel locale piccolo e fumoso, quello da cui alcune sere sale lenta una musica dannata, quello con la piccola porta nera che sembra una uscita di servizio ed invece è l'ingresso principale per un temporaneo paradiso a sette note.
Menzione al merito per un tale (si fa per dire) Fabrizio Bosso la cui tromba arriva così in profondità che ti distrai e smetti persino di guardare il seno di quella cameriera che con te, fattene una ragione, proprio non uscirà mai!
Grande disco.
Take me up and let me down
hold me when i'm sad
take my eyes look around
take my ears listen to the stars
this is what u are

In attesa di te

Mi chiedo dove sei.
Vorrei sapere dovesei conchisei cosafai ora, proprio in questo istante, proprio mentre sto dicendo questa parola, mentre sto scrivendo il punto alla fine di questa frase. Punto.
Fra tante cose soprattutto mi chiedo perchè non smetto di farmi domande cui tu non darai risposte. Domande che non hanno più interrogativi ma ancore di piombo che mi trascinano al fondo.
Forse le risposte le conosco già, forse le ho sempre sapute e sempre dimenticate; se partecipassi ad un quiz sulla mia vita probabilmente perderei, non per ignoranza ma per stupidità.
Dovesei? Da qualche parte in giro nell'oscurità.
Conchisei? Insieme a lui, of course.
Cosafai? Meglio non sapere, non provare a pensare, non immaginare neppure.
Anche questa sarà una notte lunga e vuota, potrò soltanto aspettare... Quanti punti di sospensione servono per rendere meno vana l'attesa di un uomo ridicolo?
Quanto resta da attendere almeno per sapere cosa sto aspettando?